Lavoro occasionale in agricoltura

I nuovi voucher per il lavoro occasionale in agricoltura

Ci siamo occupati dei nuovi contratti di lavoro occasionale, sia per quanto riguarda le imprese ed i professionisti, sia per i privati e le famiglie. L’ art. 54-bis del D.L. n. 50/2017 disciplina anche il contratto per il settore agricolo, e la circolare INPS n. 107 del 2017 ne precisa le regole.

Anche in questo caso ci sono determinati limiti.

Fermo restando il rispetto del limite dimensionale del datore di lavoro agricoltura(non deve occupare più di cinque dipendenti) , il ricorso al contratto di prestazione occasionale nel settore agricolo è ammesso esclusivamente per le attività lavorative rese da lavoratori appartenenti alle seguenti categorie:

    • titolari di pensione di vecchiaia o di invalidità;
    • studenti con meno di venticinque anni di età, se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado ovvero a un ciclo di studi presso l’università;
    • disoccupati e percettori di prestazioni integrative del salario o di reddito di
      inclusione o di altre prestazioni di sostegno del reddito.

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Contratto di lavoro occasionale: prestO

Dopo l’addio ai voucher, ci occupiamo del contratto di lavoro occasionale per le imprese ed i professionisti

Il nuovo contratto di lavoro occasionale – prestO – è destinato a sostituire i “voucher”, il cui impiego indiscriminato da parte di imprese e professionisti ha suscitato numerose polemiche, tanto da spingere il governo a decretarne l’abolizione.

L’ art. 54-bis del D.L. n. 50/2017 disciplina questo nuovo tipo di contratto, e la circolare INPS n. 107 del 2017 ne precisa le regole. Per quanto riguarda i soggetti privati (non imprese o professionisti) ce ne siamo già occupati trattando del libretto famiglia.

1. Datori di lavoro interessati:lavoro occasionale

    • professionisti;
    • lavoratori autonomi;
    • imprenditori;
    • associazioni;
    • fondazioni ed altri Enti di natura privata;
    • Amministrazioni Pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del D. Lgs n. 165 del 2001.

Sono esclusi i datori di lavoro che: Continua a leggere

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Lavoro occasionale: il Libretto Famiglia

Dopo l’abolizione dei voucher, il lavoro occasionale riparte con due nuovi strumenti: il Libretto Famiglia e il nuovo Contratto di Lavoro Occasionale

La novità, introdotta dal D.L. 50 del 2017, riguarda sia i soggetti privati che non esercitano attività economiche, sia gli imprenditori ed i professionisti. Libretto di famigliaDal momento della soppressione dei voucher, ad esempio,  era mancata alle famiglie la possibilità di assumere persone per lavori temporanei di giardinaggio, manutenzione, assistenza domiciliare per anziani o bambini, ma anche per lezioni private agli studenti, etc. Oggi viene introdotto il Libretto Famiglia, come vedremo.

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Resto al Sud: nuovi finanziamenti per il mezzogiorno

È stato pubblicato in G.U. il Decreto Legge 20 giugno 2017 n.91 , decreto Resto al Sud: i giovani imprenditori del Mezzogiorno che vogliono avviare Resto al Sudun’attività potranno presentare un progetto d’impresa e fruire di interessanti incentivi.

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Le ragioni di un NO

Il 4 dicembre io voterò NO.

Anche se forse a qualcuno il mio modesto parere non interessa più di tanto, voglio comunque spiegare perché voterò NO e perché cercherò, per quanto possibile, di convincere chi è indeciso, ma anche chi, in modo forse più emotivo che razionale, è deciso per il SI a questa riforma.

Tutte le cose che vorrete leggere, se ne avete voglia, sono frutto di personali riflessioni. Non troverete pezzi di testo fatti con copia-e-incolla, com’è d’uso ed abuso nei “social”, ma solo considerazioni mie ed originali, per quello che possano valere.

Ci sono alcun aspetti sui quali si dovrebbe ragionare per capire di cosa stiamo parlando. Tali aspetti sono importanti perché la riforma di cui si tratta, se dovesse passare, avrà tutta una serie di ripercussioni sull’assetto istituzionale della nostra Repubblica.

La Storia
L’aspetto Tecnico-Pratico-Giuridico
La Propaganda
La Politica

La Costituzione italiana può essere modificata per mezzo delle leggi costituzionali, così come disciplinato dagli articoli 138 e 139 della Carta.

In sintesi, una legge costituzionale, per essere approvata, deve passare da ciascuna delle due camere con maggioranza assoluta e con votazioni distanti almeno tre mesi. La legge, costituzionale, se approvata, può essere sottoposta ad un referendum confermativo (per il quale non è necessario il quorum a differenza dei referendum abrogativi) quando nella seconda votazione non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera e quando ne facciano richiesta un quinto dei deputato o senatori, eccetera.

Questa dissertazione non è accademica: serve a far capire che questo referendum è stato indetto perché non c’era la maggioranza larga dei due terzi e non per gentile concessione del governo, come più volte affermato dal premier.

Dal 1948 la Costituzione è stata modificata numerose volte, 38 per la precisione.

La maggior parte delle leggi costituzionali ha riguardato approvazioni e modifiche degli statuti speciali regionali e provinciali; altre leggi costituzionali hanno stabilito norme su amnistie, indulti, abolizione della pena di morte, etc.

Sostanzialmente fino al 2001 non sono avvenuti stravolgimenti della Carta, ma solo miglioramenti dettati dal progresso sociale e dal mutato assetto socio-demografico del Paese.

La più importante e complessa riforma costituzionale è stata finora quel mezzo pasticcio, voluto dal centro-sinistra di allora, che nel 2001 ha interessato il titolo V, e che ha demandato alle Regioni potestà legislativa in diverse materie come fiscalità locale, istruzione, sanità, ambiente ed altro, con effetti imprevisti e purtroppo spesso devastanti che si sono poi manifestati negli anni a venire, dal Nord al Sud del Paese (sperperi, clientelismi, concussione, corruzione, arricchimenti illegali, furti e quant’altro). In quell’occasione, peraltro, avendo ampliato, modificato e stravolto diversi articoli della Costituzione, si è avuto il risultato di creare negli anni una montagna di contenziosi tra gli enti locali e l’amministrazione dello Stato.

Nel 2006, poi, qualcuno forse lo ricorda, vi fu una proposta di riforma costituzionale, promossa dal governo Berlusconi, che aveva diversi punti in comune con l’attuale, ed in più voleva rafforzare i poteri del presidente del consiglio. Con il referendum, però, gl’italiani bocciarono ad ampia maggioranza quella legge di riforma.

L’importanza della discussione sull’attuale legge di riforma costituzionale e la rilevanza che essa ha da tempo a tutti i liveli, anche internazionali, consta nel fatto che essa agisce ad ampio spettro, come non era mai stato fatto in passato: vorrebbe modificare ben 47 articoli della Costituzione, stravolgendone l’attuale assetto.

Tale discussione però non è avvenuta in Parlamento.

Malgrado i buoni propositi che la riforma vorrebbe, per esempio limitando lo strapotere delle Regioni a favore di un giusto (per certi versi) ritorno alla centralità dello Stato, ed anche prevedendo un (modesto) risparmio sui costi della politica, di fatto questa riforma non semplifica affatto e non razionalizza le norme attuali, bensì, come vedremo, crea tutta una serie di complicazioni che di sicuro non gioverebbero all’assetto politico-istituzionale del Paese.

2. L’aspetto tecnico-pratico

Questa riforma è scritta male. I sostenitori del SI dicono che è vero, poteva essere scritta meglio, ma sostengno che è meglio questa che niente. Invece io direi meglio niente che questa. E’ scritta male male, difficilmente poteva essere scritta peggio di così.

Comunque, prima di affrontare l’argomento consiglio di avere a portata di mano il testo dei “nuovi” articoli della Costituzione comparato con la vigente costituzione. In rete trovate numerosi siti che forniscono questo tipo d’informazione.

Ovviamente non possiamo fare un’analisi di tutti i 47 articoli che questa riforma vorrebbe modificare. Vediamo, così a campione, alcune “perle” contenute nella cosiddetta riforma.

La prima cosa che salta all’occhio è il modo confuso e farraginoso con cui alcuni articoli sono stati riscritti. Prendiamo, ad esempio, larticolo 55. Il testo attuale dice: «Il Parlamento si compone della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica». Punto. E’ il principio del bicameralismo perfetto che, per molti versi, giustamente si vorrebbe abrogare. Ma come? Non certo con la nuova formulazione dello stesso articolo 55 che attribuisce al “nuovo” Senato tutta una serie di funzioni, tutt’altro che secondarie e intuitivamente troppo importanti per essere delegate ad un manipolo di deputati regionali e sindaci designati dai partiti e assurti a Senatori della Repubblica, non eletti dai cittadini in quanto tali. Oddìo, non è che molti degli attuali Senatori si siano dimostrati meritevoli di tale titolo. Però quantomeno l’elettorato si prende oggi la propria parte di responsabilità e comunque ha facoltà di esprimersi al momento del voto.

Andiamo avanti. Il nuovo articolo 57 è un vero e proprio rompicapo. Esso vorrebbe stabilire le modalità con cui sono nominati (non eletti!) i nuovi Senatori. Il loro numero sarebbe di 100. Escludendo i 5 nominati del Presidente dela Repubblica a suo piacimento (altra novità), restano 95 senatori. Siccome ciascuna regione deve averne almeno 2 (comprese le province autonome di Trento e Bolzano), abbiamo 100 – 5 – (21*2) = 53 senatori da ripartire proporzionalmente alla popolazione di ciascuna regione. Un attimo però. Se si legge bene l’articolo non è chiaro se la ripartizione proporzionale debba essere fatta prima o dopo la sottrazione dei 2 senatori per ogni regione. Nel secondo caso le regioni più grandi come Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia sarebbero penalizzate, ed avrebbero proporzionalmente meno senatori rispetto a quelle con meno abitanti. Allora ricorriamo all’ultimo comma dell’articolo 57. Altra chicca: tale comma dice che con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato … Ma, di grazia, appena approvata la riforma quale Senato dovrebbe legiferare? Quello attuale fatto di 315 senatori non ci sarebbe più, ma quello nuovo neanche perché non essendoci ancora la legge non si sa come si deve formare!

Saltiamo altri articoli, tra cui il 63 e il 64 che demandano ai regolamenti (!) alcune importanti funzioni. E veniamo all’autentica perla della c.d. riforma, cioè il famoso articolo 70. Se avete aspirazioni masochistiche, andate pure a leggervelo (ahimé io l’ho fatto). La formulazione vigente è di nove parole: la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.

Il nuovo articolo 70 è fatto di due pagine che neanche il più incallito azzeccagarbugli di manzoniana memoria riuscirebbe ad interpretare. La Costituzione è stata voluta dai padri (e madri) costituenti per essere chiara, facilmente leggibile anche da chi non avesse un’istruzione superiore. Questa cosiddetta riforma invece è un “assist” alla numerosa schiera di avvocati e professionisti vari che saranno contenti per i numerosi incarichi che riceveranno grazie ai ricorsi che arriveranno a pioggia.

Quanto a chiarezza, non sono da meno gli articoli da 71 in poi.

Nella sostanza, per quanto è possibile capire, il “nuovo” Senato, come detto a commento dell’art. 55, può o deve intervenire nel merito di molte delle leggi promulgate dalla Camera dei deputati. Il meccanismo è talmente complesso che il sistema legislativo in molti casi può rischiare la paralisi, come nel caso del magnifico articolo 73: “le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (cioè le leggi elettorali, NdA), possono essere sottoposte, prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo della Corte Costituzionale, eccetera…”. In sostanza la ratio della norma forse è di scongiurare il pericolo di incostituzionalità di una legge elettorale (o di una sua modifica), com’è accaduto per il “porcellum”. Ma, per come è concepita e scritta rischia di complicare le cose, altro che semplificazione e velocità!

3. A proposito di propaganda.

a) La prima informazione fuorviante è lo stesso testo del quesito referendario: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?»

Sebbene alcuni ricorsi contro l’ambiguità del quesito siano stati respinti, resta il fatto che il cittadino, se non bene informato sui contenuti della legge di riforma costituzionale, non può non essere tentato di votare SI, dato che tutte le proposizioni del quesito hanno valenza positiva: superamento del bicameralismo (giusto!), riduzione del numero dei parlamentari (finalmente!), contenimento dei costi delle istituzioni (benissimo!), soppressione del CNEL (tagliamo, tagliamo!), revisione del titolo V (era una schifezza, ora invece…).

A parte il CNEL (consiglio nazionale per l’economia) che non ha più ragion d’essere, e per la cui soppressione una semplice legge costituzionale con articolo unico sarebbe stata approvata sicuramente dal 99% dei parlamentari senza ricorrere ad alcun referendum, tutte le altre questioni sono ambigue.

b) Vi raccontano che finalmente il bicameralismo sarà superato, così l’approvazione delle leggi sarà più rapida e il parlamento più efficiente. Ma questo non è vero perché moltissime leggi dovranno o potranno essere riviste dal nuovo Senato part-time, come spiegavo nel paragrafo precedente.

c) Si risparmierà sui costi della politica, dicono. Togliendo 215 senatori, quale sarebbe il risparmio? Il calcolo è facile, senza ricorrere alle bufale di cui in un senso o nell’altro è piena la rete: gli emolumenti lordi di un senatore (tra indennità ed accessori) sono di circa 15 mila euro al mese netti (le trattenute fiscali, pari al 45%, non le consideriamo perché escono dalle casse dello Stato ma vi rientrano appunto sotto forma di tasse). Per 12 mesi ciascun senatore fa 180 mila l’anno, a cui vanno aggiunti i contributi previdenziali a carico dello Stato, circa il 27%, per un costo totale, a spanne, di 230 mila euro l’anno, che per 215 senatori mancanti, fa un risparmio di meno di 50 milioni l’anno. Cifra inferiore di un ordine di grandezza rispetto a quello che proclama la Boschi, che ha detto “si risparmieranno 500 milioni!” . Senza considerare che i “nuovi” senatori avrebbero comunque diritto, se non all’emolumento, almeno ai rimborsi delle spese, viaggi, soggiorni e portaborse vari, visto che dovrebbero fare i pendolari. Quindi il risparmio dei costi sarebbe veramente limitato e probabilmente di gran lunga inferiore ai cinquanta milioni stimati.

Tanto per fare un raffronto, un aereo militare modello F35 costa circa 200 milioni, cioè quanto il risparmio di 4 anni di nuovo Senato, (e la Difesa ne ha ordinati qualche decina). L’air force che Renzi ha voluto per sé, è un “usato sicuro” che ancora non è decollato, ma è già costato “appena” 175 milioni, senza ovviamente considerare le spese di gestione.

d) Ci dicono che il superamento del bicameralismo perfetto ci equiparerà alle altre democrazie occidentali. Non è vero. Le democrazie occidentali più importanti sono: Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna. Ebbene, tutti questi Stati hanno un sistema parlamentare bicamerale. Gli Stati Uniti (molti di voi lo sanno per aver seguito da vicino le recenti vicende americane) hanno per esempio il bicameralismo perfetto, ed il loro Senato, in numero di cento, due per ogni Stato dell’Unione, è eletto dai cittadini.

Poi, nessun senato delle altre democrazie che ho citato è formato da “dopolavoristi”, cioè da sindaci di importanti capoluoghi e da deputati regionali che per uno o due giorni alla settimana, non avendo altro di meglio da fare, fanno una bella gita a Roma con colazione al bouvet di Palazzo Madama, pacche sulle spalle e, se di tempo ne resta, qualche votazione in aula.

e) Con questa legge, si dice, si riforma nuovamente il titolo V, sicché molte materie oggetto di legiferazione ritorneranno nella competenza dello Stato centrale. In particolare, l’articolo 117, già enormemente ampliato e confuso grazie alla legge di riforma del 2001, viene ulteriormente rimaneggiato (ed ulteriormente confuso), ridimensionando, come detto, il potere delle Regioni in diverse materie. Parliamo ovviamente delle regioni non a statuto speciale, che invece non sono intaccate dalla riforma.

Se per un verso si può comprendere lo scopo di tale sottrazione di poteri, dato che non tutte le Regioni non sono sempre state all’altezza delle responsabilità loro delegate, d’altra parte vengono sottratte alle Regioni (anche a quelle più “virtuose”) competenze importanti in materia di “legislazione concorrente”, come, ad esempio, la protezione civile, il governo del territorio, le grandi reti di trasporto e navigazione, la produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, la valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, ed altro ancora.

Per esempio, lo Stato potrà decidere se e dove impiantare una piattaforma petrolifera, o fare qualsiasi “grande opera” passando sopra le competenze delle Regioni interessate. Si tratta di questioni importanti e delicate, che avrebbero richiesto quantomeno un adeguato confronto in sede parlamentare, ciò che non è avvenuto perché questa legge di riforma predisposta dal governo è passata in parlamento solo a colpi di fiducia.

f) La propaganda dice che se non passa questa riforma se ne riparla tra altri trent’anni. Balle. Se avete letto quanto sopra riguardo la formazione delle leggi di riforma costituzionale, già sapete perché questa cosa è un’assurdità. Per l’approvazione di una legge costituzionale ci vuole qualche mese, se c’è l’accordo politico.

g) L’Europa aspetta le nostre riforme, gli Stati Uniti d’America pure, ma forse anche Putin, Erdogan e compagnia cantando. In realtà i nostri partner europei più autorevoli ci chiedono solo maggiore stabilità al fine di risanare la voragine di debito pubblico che abbiamo. E questa legge di riforma costituzionale non c’entra niente col risanamento del debito pubblico.

4. L’aspetto politico.

Buona parte dei sostenitori del NO sono detrattori del governo Renzi. A me questo aspetto non interessa. Se il governo deve cadere o restare in piedi, è un problema legato all’operato del governo stesso, non all’esito del referendum. Renzi invece ha personalizzato la questione. In diversi momenti ha detto tutto e il contrario di tutto: mesi fa diceva che si sarebbe ritirato dalla politica in caso di vittoria del NO. Poi, dopo il rimbrotto del sovrano emerito, Napolitano, si è rimangiato l’affermazione, salvo riproporla un paio di giorni fa. Sono comunque convinto che se la riforma non passerà, il premier resterà al suo posto.

Le indicazioni del partiti sono note. A parte i pentastellati, ovviamente schierati per il NO, come sappiamo c’è una maggior parte di destra che detesta Renzi, quindi neanche si pone il problema dei contenuti referendari. Un’altra parte del centro-destra, quella più allineata col governo, spinge per il SI. Il Partito democratico è fortemente diviso, ma è facile constatare che la cosiddetta minoranza interna, che vota NO, raccoglie proseliti dappertutto tra gli elettori del PD, come ha potuto vedere chi si è solo affacciato a ciò che rimane di quelle che furono le feste dell’Unità.

Ma nei referendum i partiti contano poco. Lo insegna la storia: per esempio in Sicilia, regione tradizionalmente di centro-destra, nel 2006 il referendum proposto dal governo Berlusconi fu bocciato dal 70% degli elettori.

Ciò che si spera è che l’elettore non si faccia influenzare da slogan scontati e banali. E vi è motivo di credere che pochi abboccheranno all’esca della propaganda.

Oggi la priorità non è la riforma costituzionale.

So che sto per ripetere un luogo comune, ma alle famiglie che hanno il problema di arrivare a fine mese poco importa della riforma. A quelle altre – e sono tante – che il problema della fine mese non ce l’hanno perché non hanno uno stipendio fisso o una pensione e quindi ogni santo giorno si devono ingegnare per come mettere insieme il pranzo e la cena, non si può raccontare che facendo la riforma il futuro sarà rose e fiori.

Le priorità sono altre. Sono un’evasione fiscale paurosa, un debito pubblico astronomico, sono le mafie e la corruzione che è all’ordine del giorno. Sono numeri che ci collocano in fondo alle classifiche dei Paesi occidentali, e non solo. Una riforma costituzionale, e sopratutto una riforma fatta così male, non risolverebbe questi problemi né domani, né tra dieci anni.

Ciò significa che non si deve fare nessuna riforma costituzionale? No.

Credo che nel rivedere la Costituzione si debba cominciare a riconsiderare l’articolo 1, ampiamente disatteso oggi, dove è scritto che la sovranità appartiene al popolo. Credo che si debba ridurre il numero di tutti i parlamentari, non solo dei senatori, purché tutti siano eletti e non nominati dai partiti. Credo che si debba lavorare per abolire gli statuti speciali, in particolare quello siciliano che è una iattura, una palla al piede per ogni possibile prospettiva di sviluppo sociale, economico e culturale dell’isola. Credo che si debba fare una nuova assemblea costituente in cui siano rappresentate tutte le componenti sociali, non quell’aborto di “bicamerale” di dalemiana e berlusconiana memoria. Credo che sia necessario un lavoro serio, un confronto serrato ma non pregiudiziale. Insomma, tutto l’opposto di quello che ci vogliono proporre il 4 dicembre.

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Canone RAI in bolletta: come funziona?

Un aggiornamento sul canone RAI in bolletta, dopo la bocciatura del Consiglio di Stato

Come promesso, aggiorniamo la situazione ad oggi, 16 aprile.  Dopo che il Consiglio di Stato ha bocciato l’altro giorno il Decreto ministeriale che regola il versamento del canone RAI con la bolletta della fornitura di elettricità. Vediamo di capire, alla luce di recentissimi chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate, come dovrebbe funzionare questa nuova modalità di prelievo.

Il canone televisivo è dovuto da ogni famiglia che detiene almeno un apparecchio TV in senso stretto, dedicato alla ricezione digitale delle trasmissioni televisive. attenti al canoneQuindi non devono pagare i possessori di personal computer, tablet, smartphone e in genere gli apparecchi elettronici che possono ricevere i canali televisivi per mezzo della rete Internet.

L’importo del canone per il 2016 è stato ridotto a 100 euro e sarà addebitato, per quest’anno, in rate bimestrali  (se il pagamento della bolletta è ogni due mesi, comunque con la cadenza prevista per i pagamenti) a partire dalla prima fattura della fornitura elettrica che scade dopo il 1° luglio. Però nella prima bolletta utile è previsto il maxi canone, cioè la parte di canone dovuta da gennaio a luglio. Negli anni successivi invece il canone RAI sarà distribuito in dieci rate mensili, da gennaio ad ottobre. Non sarà più possibile versare il canone attraverso il bollettino di conto corrente postale, salvo il caso dei canoni speciali, come gli esercizi pubblici o commerciali. Vi sembra complicato? ebbene sì, avete ragione!

La nuova normativa presume che se esiste un’utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui una persona ha la propria residenza anagrafica, allora vi sia la presenza di un televisore.

Naturalmente possono presentari diversi casi che danno luogo a dubbi d’interpretazione. Può verificarsi infatti che:

  1. Né la persona cui è intestata l’utenza eletrica, né alcuno dei familiari residenti possiedono un televisore: in questi casi bisogna inviare all’Agenzia delle Entrate l’apposita autocertificazione.
  2. Uno dei componenti della famiglia è intestatario del canone RAI ma l’utenza elettrica è intestata ad altro familiare: il canone sarà automaticamente trasferito ed addebitato solo al titolare dell’utenza.
  3. Uno dei componenti (per esempio il marito) è intestatario dell’utenza dell’abitazione, mentre un altro (per esempio la moglie) è intestatario di un’utenza elettrica per la casa al mare. In questo caso la moglie deve presentare l’autocertificazione compilando il quadro B.
  4. Nella stessa casa (quindi con unica utenza elettrica) hanno residenza più persone ma non appartenenti allo stesso nucleo familiare (per esempio genitori e figli sposati, personale domestico o badanti conviventi, e casi simili), oppure personale come portieri, custodi, bidelli che hanno residenza nel luogo dove prestano servizio ma non sono intestatari dell’utenza elettrica. In prima battuta sembrava che tutti questi soggetti avrebbero dovuto pagare entro il 31 ottobre 2016, in unica soluzione. Stando alle notizie diffuse dall’Agenzia Entrate i conviventi, anche se non fanno parte dello stesso nucleo familiare, non pagano il canone. E meno male.
  5. l’intestatario della bolletta può vedersi addebitare un importo di canone RAI non dovuto (cosa che immaginiamo non sarà tanto rara). In questo caso può decidere di pagare la bolletta dell’elettricità escludendo l’importo del canone RAI non dovuto. Ciò non comporta il rischio d’interruzione della fornitura elettrica. Però pagare la bolletta in modo ridotto potrebbe essere un’operazione estremamente complicata o impossibile se l’utente aveva autorizzato l’addebito diretto sul conto corrente o sulla carta di credito. Non è difficile prevedere che nella maggior parte di questi casi l’utente, suo malgrado, pagherà il canone non dovuto e dovrà sperare in un rimborso che (forse) arriverà ai suoi eredi.

Infine, Attenzione all’autocertificazione: secono le diposizioni vigenti ad oggi , dev’essere inviata con uno dei seguenti modi:

  • entro il 30 aprile 2016 per raccomandata postale a plico aperto;
  • entro il 10 maggio per via telematica rivolgendosi ad un caf o ad un professionista abilitato;
  • entro il 10 maggio attraverso uno dei canali telematici Fisconline o Entratel, ai quali però bisogna abilitarsi.

A riprova dei numerosi dubbi e delle complicazioni che ancora accompagnano questa normativa, dato che giorno 14 aprile il Consiglio di Stato ha bocciato il Decreto Ministeriale, in attesa che sia riscritto attendiamo ragionevolmente una proroga dei suddetti termini per l’autocertificazione. Anche perché non sappiamo se le società di fornitura elettrica sono in grado di fare tutto in ordine per evitare i problemi cui migliaia e migliaia di contribuenti, loro malgrado, andranno incontro.

(e.m.)

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Il nuovo regime forfettario

CONVIENE IL NUOVO REGIME FORFETTARIO?

La legge di stabilità 2015 ha introdotto un nuovo regime fiscale agevolato per i contribuenti “minimi”. Tale nuovo regime sostituisce, dal 1 gennaio 2015,  tutti i precedenti regimi agevolati, salvo per chi (come nel cosiddetto regime del vantaggio)punto-di-domanda-cartoon-1 non scelga di permanere nella situazione esistente.  Il regime forfettario, detto anche regime dei minimi diventa di fatto l’unico regime agevolato dal 1 gennaio 2016. Analizziamo qui la convenienza (o meno) di adesione al nuovo regime sia nel caso di attività già esistenti, che nel caso si voglia intraprendere una nuova attività di lavoro autonomo. In linea generale, chi svolge già un’attività di lavoro autonomo  ed ha un volume di affari minimo e chi invece vuole iniziare, prevedendo di rientrare nei parametri previsti, aderisce direttamente al nuovo regime forfettario, salvo che decida di optare per il regime “normale”. Vediamo, punto per punto, in cosa consiste questo regime agevolato

  1. Quali soggetti possono scegliere il regime forfettario
  2. Condizioni da rispettare
  3. IVA e imposte dirette
  4. Come aderire o rinunciare al regime agevolato
  5. Nuove attività
  6. Come si calcola l’imposta
  7. I contributi previdenziali
  8. Tabella dei limiti di ricavo e coefficienti di redditività

Quali soggetti possono scegliere il regime forfettario

Al nuovo regime forfettario possono aderire imprese, professionisti e lavoratori autonomi in genere, purché in forma individuale oppure costituite come imprese familiari. Sono quindi escluse le società di qualsiasi tipo e le associazioni tra professionisti.

Possono aderire sia i soggetti che iniziano una nuova attività, sia quelli  già esistenti, non importa da quanto tempo.

Sono inoltre esclusi coloro che partecipano contemporaneamente in altre società (Snc, Srl, associazioni tra professionisti), i soggetti non residenti in Italia o nell’UE , alcune tipologie  di commercianti (immobili,  autoveicoli nuovi) ed infine i soggetti che operano in speciali regimi IVA (agricoltura, beni usati, editoria, etc).

Condizioni da rispettare

Perchè il contribuente possa optare per il regime forfettario, le condizioni oggettive sono quelle che seguono:

    • RICAVI O COMPENSI: non devono superare nell’anno determinati limiti, che vanno da 15.000 a 40.000 a seconda dell’attività.  euro come evidenziato nell’apposita tabella.
    • DIPENDENTI E/O COLLABORATORI: le spese nell’esercizio precedente (o previste) per le retribuzioni per lavoro dipendente, lavoro a progetto, lavoro accessorio non possono essere superiori a 5 mila euro, esclusi i collaboratori dell’impresa familiare.
    • BENI STRUMENTALI: valore di acquisto complessivamente non superiore a 20 mila euro. Non rilevano i beni inferiori a 516 euro e gli immobili strumentali, mentre quelli ad uso promiscuo contano per il 50% (per esempio autovetture, computer ed altri beni che servono sia per uso privato che per l’attività).
    • REDDITO DA LAVORO DIPENDENTE O PENSIONE: è causa di esclusione dal regime forfettario l’aver percepito nell’anno precedente redditi da lavoro dipendente o pensione superiori a 30.000 euro.

IVA e imposte dirette

SEMPLIFICAZIONI IVA.

Salvo alcune particolari eccezioni, che vedremo, in genere il nuovo contribuente minimo non applica l’IVA sulle cessioni o prestazioni, né può portare in detrazione l’IVA sugli acquisti. In particolare:

      • non applica la rivalsa dell’IVA sulle cessioni di beni e sulle prestazioni di servizi;
      • non porta in detrazione l’IVA sugli acquisti;
      • è esonerato dall’obbligo di registrazione delle fatture d’acquisto, di vendita e dei corrispettivi, quindi dalla anche dalla tenuta dei relativi registri (poiché comunque i corrispettivi vanno certificati, consigliamo ugualmente la loro annotazione giornaliera sul tradizionale registro);
      • non deve operare, ovviamente, la liquidazione periodica dell’IVA;
      • è esonerato dalla comunicazione annuale dei dati IVA e dalla dichiarazione IVA;
      • è esonerato dalla comunicazione dei dati relativi alle operazioni verso paesi della “black list”.

L’unico obbligo riguarda la numerazione e la conservazione delle fatture e delle bollette doganali.  In calce alle fatture emesse, riportare l’annotazione per specificare la franchigia dall’IVA, per esempio: “importi non assoggettati ad IVA – Contribuente esonerato ai sensi dell’art. 1, comma 58, L. 208/2015”. Poiché non c’è applicazione dell’IVA, se la fattura emessa è di importo superiore a € 77,47 si deve applicare la marca da bollo da 2 euro.

Vi sono comunque dei casi in cui il contribuente minimo deve versare l’IVA: ciò si verifica nel caso di acquisti intracomunitari per importi superiori a 10 mila euro e per prestazioni ricevute da soggetti UE o EXTRA UE. In questi casi si devono integrare le fatture ricevute con l’annotazione dell’IVA, che va versata il giorno 16 del mese successivo. In generale, poi, l’esonero dall’IVA non rileva i tutti i casi di reverse charge.

DETERMINAZIONE DEL REDDITO.

La base imponibile è stabilita applicando una percentuale di “redditività” che varia dal 40% al 86%, a seconda dell’attività (vedi tabella). Per esempio, al commerciante viene imputato un reddito del 40% sui ricavi, mentre per un professionista il reddito è l’86% dei ricavi. Al risultato bisogna poi sottrarre gli importi versati per i contributi previdenziali (INPS o altre casse di previdenza). Quindi si applica un’imposta del 15% (5% per le nuove attività) sull’imponibile come sopra determinato. Per maggior chiarezza, più avanti abbiamo riportato degli esempi di calcolo dell’imposta sostitutiva.

Quindi, dal punto di vista delle imposte dirette, il regime forfettario o regime dei minimi ha le seguenti caratteristiche:

  • la base imponibile viene determinata applicando un coefficiente fisso applicato ai ricavi e poi sottraendo l’ammontare dei contributi previdenziali obbligatori versati, di conseguenza i costi sostenuti non hanno alcun rilievo fiscale;
  • i ricavi sono quelli effettivamente percepiti nell’anno d’imposta, secondo il criterio di cassa;
  • l’imposta del 15% o 5% sostituisce l’IRPEF, l’IRAP e le addizionali comunali e regionali;
  • le attività dei contribuenti minimi sono escluse sia dagli Studi di Settore, sia dai Parametri;
  • le fatture emesse dal contribuente minimo per prestazioni d’opera non sono assoggettate a ritenuta d’acconto; analogamente, poiché il contribuente minimo non è sostituto d’imposta, le fatture di prestazioni che riceve non sono soggette a ritenuta d’acconto.

Come aderire o rinunciare al regime agevolato

I contribuenti che hanno già un’attività e possiedono i requisiti per aderire al regime forfettario non devono presentare alcuna comunicazione all’Agenzia delle Entrate, né esercitare opzioni nella dichiarazione dei redditi. Allo stesso modo, coloro che, pur possedendo i requisiti per il regime dei minimi, vogliono continuare a determinare il reddito nei modi ordinari, non sono obbligati ad alcuna opzione, ma basta il comportamento concludente.

Chi inizia un’attività e vuole aderire al regime dei minimi deve esercitare l’apposita opzione al momento della comunicazione di inizio attività.

Se il contribuente che aderisce al regime agevolato decide di rinunciare e quindi applicare il regime semplificato o ordinario, deve comunicarlo con la prima dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui avviene la rinuncia.

Le nuove attività

La norma favorisce l’avvio di nuove attività fissando l’imposta sostitutiva al 5% per il periodo d’imposta in cui inizia l’attività e per i quattro successivi. E’ possibile fruire di tale ulteriore agevolazione a condizione che:

    1. nei tre anni precedenti l’inizio attività non abbia esercitato attività professionale, artistica o d’impresa, anche in forma associata o familiare;
    2. l’attivita’ da esercitare non costituisca, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attivita’ precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attivita’ precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni;
    3. qualora venga proseguita un’attivita’ svolta in precedenza da altro soggetto, l’ammontare dei relativi ricavi e compensi, realizzati nel periodo d’imposta precedente, non sia superiore ai limiti previsti per l’applicazione del regime agevolato.

Come si calcola l’imposta

Per il calcolo dell’imposta sostitutiva abbiamo predisposto degli esempi con un foglio di calcolo i cui valori possono essere modificati. Tenete conto che i valori dei ricavi in grassetto sono quelli massimi previsti per il tipo di attività.

I contributi previdenziali si devono calcolare a parte, secondo i criteri dettati dala nuova normativa, modificata con la legge di stabilità del 2016, come descritto nel successivo paragrafo.

I contributi previdenziali

Per quanto riguarda la gestione INPS delle attività di commercio e artigianato, la contribuzione è determinata normalmente in base ad un’aliquota fissa, applicata sulla base del reddito risultante dall’attività. Anche se il reddito è inferiore ad una certa soglia, detta minimale, la percentuale va comunque applicata su tale importo, che per il 2016 è di €15.548 annui (vedi circolare INPS n.15 del 2016). Nel caso del regime forfettario, la legge di stabilità 2016 prevede che la normale contribuzione INPS sia diminuita del 35%.

Per fruire di tale agevolazione, i soggetti che intraprendono l’esercizio di una nuova attività aderendo al regime agevolato dovranno presentare la domanda in via telematica tramite il cassetto previdenziale artigiani e commercianti tempestivamente dalla data di ricezione della delibera di avvenuta iscrizione alla Gestione Inps; i soggetti già in attività la dovranno presentare, a pena di decadenza, entro il 28 febbraio di ciascun anno la domanda tramite il cassetto previdenziale artigiani commercianti disponibile sul sito dell’Inps.

Tabella dei limiti di ricavo e coefficienti di redditività

Scaricare la tabella in cui, per ogni attività individuata dal codice ATECO, sono indicati i limiti massimi di ricavo per poter fruire del regime forfettario, ed i relativi coefficienti di redditività. Nel caso di attività non iniziata, per poter individuare il codice ATECO suggeriamo di consultare l’apposita pagina del sito ISTAT.
(e.m.)

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Regione Sicilia: via lo statuto speciale

La proposta di Buttafuoco: un referendum per abolire lo statuto speciale della Regione Sicilia. Ma qualcuno non è d’accordo.

di Caino Rembellari

La discussione che è nata dalla provocazione di Pierangelo Buttafuoco circa la proposta di un referendum per abolire lo statuto della Regione Sicilana, è meritevole di approfondimenti. Attraverso le pagine del quotidiano “La Sicilia” il dibattito si è sviluppato nei giorni scorsi con alcuni botta e risposta tra lo stesso Buttafuoco, Stefania Prestigiacomo e Domenico Tempio, firma storica del giornale etneo. Pur essendo molto distante dalle posizioni politiche della Prestigiacomo e, in qualche misura, anche da quelle di Buttafuoco, non posso che sottoscrivere le istanze di entrambi.  A parte la mafia (e ovviamente il traffico, come diceva lo zio di Johnny Stecchino), l’autonomia è il cancro principale della Sicilia.

Con buona pace di Domenico Tempio, prima si estirpa questo cancro, prima possiamo pensare all’avvento di novità o di nuove persone, come egli auspica. Però la presa di posizione di Tempio è poco difendibile. Da vecchio giornalista del quotidiano catanese, egli sa bene che l’informazione in questa parte dell’isola si è sempre appiattita sulle posizioni del potente di turno. Che il presidente si chiamasse

palazzo_normanni

Palazzo dei Normanni

Rino Nicolosi, Vincenzo Leanza, Angelo Capodicasa, Totò Cuffaro, Raffaele Lombardo o Rosario Crocetta, “La Sicilia” ha sempre assecondato i vari governi regionali, per non parlare di quelli centrali. Mai un’inchiesta giornalistica seria, mai una presa di posizione ben determinata. Dopo l’assassinio di Pippo Fava, dispersi in varie testate i giovani giornalisti del suo gruppo, le vicende siciliane ci venivano raccontate non da “La Sicilia” ma dai vari Giuseppe D’Avanzo, Attilio Bolzoni ed altri. Quando il politico di turno cadeva in disgrazia, com’è sempre successo – e per ultimo sta succedendo con Crocetta – “La Sicilia” si limitava a riferirne le cronache, non potendo farne a meno, data la concorrenza degli organi di stampa nazionali. Mai il quotidiano ha preso decisa posizione nei confronti di chicchessia, fosse un politico nazionale, un Prodi, un Berlusconi, un Renzi, oppure un politico locale (da Scapagnini a Bianco, passando per tutti gli altri). Oggi Tempio, come il suo datore di lavoro,  strenuamente difende ciò che è indifendibile. Per mezzo secolo lui e il suo editore-direttore hanno lasciato che gli eventi della Sicilia scorressero, intrecciati con quelli della Nazione, come se fossero delle fatalità. Si dovettero attendere gli anni ’80, quando gli omicidi nella città ed in provincia venivano commessi con cadenza quasi quotidiana, perché il nostro quotidiano ammettesse l’esistenza a Catania della mafia, che fino ad allora era considerata una questione solo palermitana. E l’omicidio di Pippo Fava, sulle pagine della “Sicilia”, venne additato all’inizio come una questione di donne o di tavoli verdi. Le gesta dei Cavalieri del lavoro (Costanzo, Rendo, Graci, Finocchiaro) non furono narrate dagli zelanti giornalisti de “La Sicilia” se non quando furono oggetto dei procedimenti giudiziari e comunque dopo essere passati sotto i riflettori della stampa nazionale.

Oggi la situazione dell’informazione in Sicilia non è cambiata più di tanto. Salvo qualche caso di TV locale, il giornalismo televisivo isolano agonizza, le gloriose Teletna, Telecolor, Antenna Sicilia sono diventate contenitori di televendite o al più di varietà serali.  Ci sono invero alcune valide fonti di informazione in rete, ma non tutti i siciliani vi attingono.

Aver detto dello stato dell’informazione siciliana, soprattutto quella che riguarda la parte orientale dell’Isola, non è un’esercizio di retorica, ma una necessaria premessa per capire quel’è lo stato di torpore in cui il popolo siciliano è stato sempre soggiogato.

Sbarazziamoci di certi pregiudizi, dunque. L’autonomia siciliana non fu a suo tempo una conquista, ma solo il compromesso per mettere a tacere gli ardori del movimento autonomista. A partire dal dopoguerra lo statuto autonomo ha prodotto una macchina burocratica e clientelare che attualmente conta almeno 25 mila dipendenti (in buona parte dirigenti con stipendi di un certo rilievo), sei volte più della Lombardia che di abitanti ne conta il doppio. Senza contare i forestali, i dipendenti e dirigenti di enti e società partecipate. Ha prodotto anche molte migliaia di pensioni il cui ammontare è ben maggiore dei contributi realmente versati. Nulla che sia di competenza della Regione funziona: dalla sanità alla viabilità, dai siti archeologici ai musei, alle riserve naturali, ai parchi regionali. Se c’è qualche caso di buona gestione è riconducibile solo alla rara capacità di chi dirige.

I deputati della nostra Assemblea Regionale sono gli unici in Italia a fregiarsi del titolo di onorevole, equiparandosi ai parlamentari di Montecitorio. Hanno un’indennità mensile (netta) di circa 12 mila euro a cui bisogna aggiungere i rimborsi per le trasferte e le indennità di carica per chi fa parte delle commissioni. Solo per l’indennità i loro colleghi del resto d’Italia percepiscono, sempre al netto,  il quaranta-cinquanta per cento di meno. Dall’inizio del 2015 ad oggi (17 luglio) l’Assemblea si è riunita per “ben” 48 volte, mediamente meno di due sedute a settimana, diciamo che ogni “onorevole” si becca 1500 euro a seduta, sempre al netto. Nello stesso periodo. l’ARS ha partorito la bellezza di 14 leggi!

Se questa è l’autonomia, cosa si aspetta ad abolirla? Non so se il referendum sia la strada legalmente percorribile, me se lo è, che si faccia. Buttare a mare lo Statuto siciliano è condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per potere sperare in una Sicilia diversa.

 

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Proroga versamenti Unico 2015

Slittano i versamenti per i contribuenti con partita IVA

Il Governo ha disposto la proroga dei versamenti per il modello Unico 2015. Tale proroga non riguarda i dipendenti e pensionati, ma tutti i contribuenti con partita IVA il cui codice di attività rientra negli studi di settore, quindi la stragrane maggioranza di essi.

La proroga dei versamenti è fissata al 6 Luglio 2015 e vale anche per coloro che non sono obbligati a presentare gli studi di settore perché per esempio contribuenti minimi o esclusi per altre cause dagli studi di settore.

Di conseguenza i ritardatari possono fare i versamenti con la maggiorazione ridotta del 0,4% entro il 20 agosto.

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Modello 730: compilazione e trasmissione

Il nostro studio è associato al CAF Consulenti del Lavoro.

L’assistenza, la compilazione e la trasmissione del vostro modello 730 oggi sono operazioni molto semplici. Bisogna solo:

  • registrarsi al nostro sito;
  • attendere un contatto telefonico o via email;
  • scaricare la Delega_730 per ottenere il 730 precompilato;
  • inviare alla nostra email lo stesso modello firmato (non dimenticare di firmare anche il modello per la privacy) insieme alla copia di un documento d’identità valido;
  • attendere la nostra risposta, con la quale richiederemo di inoltrare per email i documenti necessari per completare il modello 730 (oneri deducibili, detraibili, etc.). Insieme, telefonicamente e/o per email, verificheremo i dati della dichiarazione, per poi trasmetterli definitivamente al CAF.

Qual’è il costo? dipende dalla complessità della dichiarazione. Nella gran parte dei casi va da 20 a 50 euro, il costo aumenta se ci sono molti immobili o particolari oneri deducibili pluriennali, come ad esempio le spese per ristrutturazioni o lavori condominiali. Comunque, prima di procedere, ovviamente forniremo un preventivo.

Qual’è il vantaggio? presentare la dichiarazione on-line attraverso il nostro sito, oltre ad un risparmio economico, grazie alla convenzione con il nostro CAF solleva il contribuente da ogni responsabilità per eventuali possibili addebiti da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Dovete solo registrarvi al sito e preparare i documenti da inviare per email. Al resto pensiamo noi.

 

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