Regione Sicilia: via lo statuto speciale

La proposta di Buttafuoco: un referendum per abolire lo statuto speciale della Regione Sicilia. Ma qualcuno non è d’accordo.

di Caino Rembellari

La discussione che è nata dalla provocazione di Pierangelo Buttafuoco circa la proposta di un referendum per abolire lo statuto della Regione Sicilana, è meritevole di approfondimenti. Attraverso le pagine del quotidiano “La Sicilia” il dibattito si è sviluppato nei giorni scorsi con alcuni botta e risposta tra lo stesso Buttafuoco, Stefania Prestigiacomo e Domenico Tempio, firma storica del giornale etneo. Pur essendo molto distante dalle posizioni politiche della Prestigiacomo e, in qualche misura, anche da quelle di Buttafuoco, non posso che sottoscrivere le istanze di entrambi.  A parte la mafia (e ovviamente il traffico, come diceva lo zio di Johnny Stecchino), l’autonomia è il cancro principale della Sicilia.

Con buona pace di Domenico Tempio, prima si estirpa questo cancro, prima possiamo pensare all’avvento di novità o di nuove persone, come egli auspica. Però la presa di posizione di Tempio è poco difendibile. Da vecchio giornalista del quotidiano catanese, egli sa bene che l’informazione in questa parte dell’isola si è sempre appiattita sulle posizioni del potente di turno. Che il presidente si chiamasse

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Palazzo dei Normanni

Rino Nicolosi, Vincenzo Leanza, Angelo Capodicasa, Totò Cuffaro, Raffaele Lombardo o Rosario Crocetta, “La Sicilia” ha sempre assecondato i vari governi regionali, per non parlare di quelli centrali. Mai un’inchiesta giornalistica seria, mai una presa di posizione ben determinata. Dopo l’assassinio di Pippo Fava, dispersi in varie testate i giovani giornalisti del suo gruppo, le vicende siciliane ci venivano raccontate non da “La Sicilia” ma dai vari Giuseppe D’Avanzo, Attilio Bolzoni ed altri. Quando il politico di turno cadeva in disgrazia, com’è sempre successo – e per ultimo sta succedendo con Crocetta – “La Sicilia” si limitava a riferirne le cronache, non potendo farne a meno, data la concorrenza degli organi di stampa nazionali. Mai il quotidiano ha preso decisa posizione nei confronti di chicchessia, fosse un politico nazionale, un Prodi, un Berlusconi, un Renzi, oppure un politico locale (da Scapagnini a Bianco, passando per tutti gli altri). Oggi Tempio, come il suo datore di lavoro,  strenuamente difende ciò che è indifendibile. Per mezzo secolo lui e il suo editore-direttore hanno lasciato che gli eventi della Sicilia scorressero, intrecciati con quelli della Nazione, come se fossero delle fatalità. Si dovettero attendere gli anni ’80, quando gli omicidi nella città ed in provincia venivano commessi con cadenza quasi quotidiana, perché il nostro quotidiano ammettesse l’esistenza a Catania della mafia, che fino ad allora era considerata una questione solo palermitana. E l’omicidio di Pippo Fava, sulle pagine della “Sicilia”, venne additato all’inizio come una questione di donne o di tavoli verdi. Le gesta dei Cavalieri del lavoro (Costanzo, Rendo, Graci, Finocchiaro) non furono narrate dagli zelanti giornalisti de “La Sicilia” se non quando furono oggetto dei procedimenti giudiziari e comunque dopo essere passati sotto i riflettori della stampa nazionale.

Oggi la situazione dell’informazione in Sicilia non è cambiata più di tanto. Salvo qualche caso di TV locale, il giornalismo televisivo isolano agonizza, le gloriose Teletna, Telecolor, Antenna Sicilia sono diventate contenitori di televendite o al più di varietà serali.  Ci sono invero alcune valide fonti di informazione in rete, ma non tutti i siciliani vi attingono.

Aver detto dello stato dell’informazione siciliana, soprattutto quella che riguarda la parte orientale dell’Isola, non è un’esercizio di retorica, ma una necessaria premessa per capire quel’è lo stato di torpore in cui il popolo siciliano è stato sempre soggiogato.

Sbarazziamoci di certi pregiudizi, dunque. L’autonomia siciliana non fu a suo tempo una conquista, ma solo il compromesso per mettere a tacere gli ardori del movimento autonomista. A partire dal dopoguerra lo statuto autonomo ha prodotto una macchina burocratica e clientelare che attualmente conta almeno 25 mila dipendenti (in buona parte dirigenti con stipendi di un certo rilievo), sei volte più della Lombardia che di abitanti ne conta il doppio. Senza contare i forestali, i dipendenti e dirigenti di enti e società partecipate. Ha prodotto anche molte migliaia di pensioni il cui ammontare è ben maggiore dei contributi realmente versati. Nulla che sia di competenza della Regione funziona: dalla sanità alla viabilità, dai siti archeologici ai musei, alle riserve naturali, ai parchi regionali. Se c’è qualche caso di buona gestione è riconducibile solo alla rara capacità di chi dirige.

I deputati della nostra Assemblea Regionale sono gli unici in Italia a fregiarsi del titolo di onorevole, equiparandosi ai parlamentari di Montecitorio. Hanno un’indennità mensile (netta) di circa 12 mila euro a cui bisogna aggiungere i rimborsi per le trasferte e le indennità di carica per chi fa parte delle commissioni. Solo per l’indennità i loro colleghi del resto d’Italia percepiscono, sempre al netto,  il quaranta-cinquanta per cento di meno. Dall’inizio del 2015 ad oggi (17 luglio) l’Assemblea si è riunita per “ben” 48 volte, mediamente meno di due sedute a settimana, diciamo che ogni “onorevole” si becca 1500 euro a seduta, sempre al netto. Nello stesso periodo. l’ARS ha partorito la bellezza di 14 leggi!

Se questa è l’autonomia, cosa si aspetta ad abolirla? Non so se il referendum sia la strada legalmente percorribile, me se lo è, che si faccia. Buttare a mare lo Statuto siciliano è condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per potere sperare in una Sicilia diversa.

 

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