Le ragioni di un NO

Il 4 dicembre io voterò NO.

Anche se forse a qualcuno il mio modesto parere non interessa più di tanto, voglio comunque spiegare perché voterò NO e perché cercherò, per quanto possibile, di convincere chi è indeciso, ma anche chi, in modo forse più emotivo che razionale, è deciso per il SI a questa riforma.

Tutte le cose che vorrete leggere, se ne avete voglia, sono frutto di personali riflessioni. Non troverete pezzi di testo fatti con copia-e-incolla, com’è d’uso ed abuso nei “social”, ma solo considerazioni mie ed originali, per quello che possano valere.

Ci sono alcun aspetti sui quali si dovrebbe ragionare per capire di cosa stiamo parlando. Tali aspetti sono importanti perché la riforma di cui si tratta, se dovesse passare, avrà tutta una serie di ripercussioni sull’assetto istituzionale della nostra Repubblica.

La Storia
L’aspetto Tecnico-Pratico-Giuridico
La Propaganda
La Politica

La Costituzione italiana può essere modificata per mezzo delle leggi costituzionali, così come disciplinato dagli articoli 138 e 139 della Carta.

In sintesi, una legge costituzionale, per essere approvata, deve passare da ciascuna delle due camere con maggioranza assoluta e con votazioni distanti almeno tre mesi. La legge, costituzionale, se approvata, può essere sottoposta ad un referendum confermativo (per il quale non è necessario il quorum a differenza dei referendum abrogativi) quando nella seconda votazione non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera e quando ne facciano richiesta un quinto dei deputato o senatori, eccetera.

Questa dissertazione non è accademica: serve a far capire che questo referendum è stato indetto perché non c’era la maggioranza larga dei due terzi e non per gentile concessione del governo, come più volte affermato dal premier.

Dal 1948 la Costituzione è stata modificata numerose volte, 38 per la precisione.

La maggior parte delle leggi costituzionali ha riguardato approvazioni e modifiche degli statuti speciali regionali e provinciali; altre leggi costituzionali hanno stabilito norme su amnistie, indulti, abolizione della pena di morte, etc.

Sostanzialmente fino al 2001 non sono avvenuti stravolgimenti della Carta, ma solo miglioramenti dettati dal progresso sociale e dal mutato assetto socio-demografico del Paese.

La più importante e complessa riforma costituzionale è stata finora quel mezzo pasticcio, voluto dal centro-sinistra di allora, che nel 2001 ha interessato il titolo V, e che ha demandato alle Regioni potestà legislativa in diverse materie come fiscalità locale, istruzione, sanità, ambiente ed altro, con effetti imprevisti e purtroppo spesso devastanti che si sono poi manifestati negli anni a venire, dal Nord al Sud del Paese (sperperi, clientelismi, concussione, corruzione, arricchimenti illegali, furti e quant’altro). In quell’occasione, peraltro, avendo ampliato, modificato e stravolto diversi articoli della Costituzione, si è avuto il risultato di creare negli anni una montagna di contenziosi tra gli enti locali e l’amministrazione dello Stato.

Nel 2006, poi, qualcuno forse lo ricorda, vi fu una proposta di riforma costituzionale, promossa dal governo Berlusconi, che aveva diversi punti in comune con l’attuale, ed in più voleva rafforzare i poteri del presidente del consiglio. Con il referendum, però, gl’italiani bocciarono ad ampia maggioranza quella legge di riforma.

L’importanza della discussione sull’attuale legge di riforma costituzionale e la rilevanza che essa ha da tempo a tutti i liveli, anche internazionali, consta nel fatto che essa agisce ad ampio spettro, come non era mai stato fatto in passato: vorrebbe modificare ben 47 articoli della Costituzione, stravolgendone l’attuale assetto.

Tale discussione però non è avvenuta in Parlamento.

Malgrado i buoni propositi che la riforma vorrebbe, per esempio limitando lo strapotere delle Regioni a favore di un giusto (per certi versi) ritorno alla centralità dello Stato, ed anche prevedendo un (modesto) risparmio sui costi della politica, di fatto questa riforma non semplifica affatto e non razionalizza le norme attuali, bensì, come vedremo, crea tutta una serie di complicazioni che di sicuro non gioverebbero all’assetto politico-istituzionale del Paese.

2. L’aspetto tecnico-pratico

Questa riforma è scritta male. I sostenitori del SI dicono che è vero, poteva essere scritta meglio, ma sostengno che è meglio questa che niente. Invece io direi meglio niente che questa. E’ scritta male male, difficilmente poteva essere scritta peggio di così.

Comunque, prima di affrontare l’argomento consiglio di avere a portata di mano il testo dei “nuovi” articoli della Costituzione comparato con la vigente costituzione. In rete trovate numerosi siti che forniscono questo tipo d’informazione.

Ovviamente non possiamo fare un’analisi di tutti i 47 articoli che questa riforma vorrebbe modificare. Vediamo, così a campione, alcune “perle” contenute nella cosiddetta riforma.

La prima cosa che salta all’occhio è il modo confuso e farraginoso con cui alcuni articoli sono stati riscritti. Prendiamo, ad esempio, larticolo 55. Il testo attuale dice: «Il Parlamento si compone della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica». Punto. E’ il principio del bicameralismo perfetto che, per molti versi, giustamente si vorrebbe abrogare. Ma come? Non certo con la nuova formulazione dello stesso articolo 55 che attribuisce al “nuovo” Senato tutta una serie di funzioni, tutt’altro che secondarie e intuitivamente troppo importanti per essere delegate ad un manipolo di deputati regionali e sindaci designati dai partiti e assurti a Senatori della Repubblica, non eletti dai cittadini in quanto tali. Oddìo, non è che molti degli attuali Senatori si siano dimostrati meritevoli di tale titolo. Però quantomeno l’elettorato si prende oggi la propria parte di responsabilità e comunque ha facoltà di esprimersi al momento del voto.

Andiamo avanti. Il nuovo articolo 57 è un vero e proprio rompicapo. Esso vorrebbe stabilire le modalità con cui sono nominati (non eletti!) i nuovi Senatori. Il loro numero sarebbe di 100. Escludendo i 5 nominati del Presidente dela Repubblica a suo piacimento (altra novità), restano 95 senatori. Siccome ciascuna regione deve averne almeno 2 (comprese le province autonome di Trento e Bolzano), abbiamo 100 – 5 – (21*2) = 53 senatori da ripartire proporzionalmente alla popolazione di ciascuna regione. Un attimo però. Se si legge bene l’articolo non è chiaro se la ripartizione proporzionale debba essere fatta prima o dopo la sottrazione dei 2 senatori per ogni regione. Nel secondo caso le regioni più grandi come Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia sarebbero penalizzate, ed avrebbero proporzionalmente meno senatori rispetto a quelle con meno abitanti. Allora ricorriamo all’ultimo comma dell’articolo 57. Altra chicca: tale comma dice che con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato … Ma, di grazia, appena approvata la riforma quale Senato dovrebbe legiferare? Quello attuale fatto di 315 senatori non ci sarebbe più, ma quello nuovo neanche perché non essendoci ancora la legge non si sa come si deve formare!

Saltiamo altri articoli, tra cui il 63 e il 64 che demandano ai regolamenti (!) alcune importanti funzioni. E veniamo all’autentica perla della c.d. riforma, cioè il famoso articolo 70. Se avete aspirazioni masochistiche, andate pure a leggervelo (ahimé io l’ho fatto). La formulazione vigente è di nove parole: la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.

Il nuovo articolo 70 è fatto di due pagine che neanche il più incallito azzeccagarbugli di manzoniana memoria riuscirebbe ad interpretare. La Costituzione è stata voluta dai padri (e madri) costituenti per essere chiara, facilmente leggibile anche da chi non avesse un’istruzione superiore. Questa cosiddetta riforma invece è un “assist” alla numerosa schiera di avvocati e professionisti vari che saranno contenti per i numerosi incarichi che riceveranno grazie ai ricorsi che arriveranno a pioggia.

Quanto a chiarezza, non sono da meno gli articoli da 71 in poi.

Nella sostanza, per quanto è possibile capire, il “nuovo” Senato, come detto a commento dell’art. 55, può o deve intervenire nel merito di molte delle leggi promulgate dalla Camera dei deputati. Il meccanismo è talmente complesso che il sistema legislativo in molti casi può rischiare la paralisi, come nel caso del magnifico articolo 73: “le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (cioè le leggi elettorali, NdA), possono essere sottoposte, prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo della Corte Costituzionale, eccetera…”. In sostanza la ratio della norma forse è di scongiurare il pericolo di incostituzionalità di una legge elettorale (o di una sua modifica), com’è accaduto per il “porcellum”. Ma, per come è concepita e scritta rischia di complicare le cose, altro che semplificazione e velocità!

3. A proposito di propaganda.

a) La prima informazione fuorviante è lo stesso testo del quesito referendario: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?»

Sebbene alcuni ricorsi contro l’ambiguità del quesito siano stati respinti, resta il fatto che il cittadino, se non bene informato sui contenuti della legge di riforma costituzionale, non può non essere tentato di votare SI, dato che tutte le proposizioni del quesito hanno valenza positiva: superamento del bicameralismo (giusto!), riduzione del numero dei parlamentari (finalmente!), contenimento dei costi delle istituzioni (benissimo!), soppressione del CNEL (tagliamo, tagliamo!), revisione del titolo V (era una schifezza, ora invece…).

A parte il CNEL (consiglio nazionale per l’economia) che non ha più ragion d’essere, e per la cui soppressione una semplice legge costituzionale con articolo unico sarebbe stata approvata sicuramente dal 99% dei parlamentari senza ricorrere ad alcun referendum, tutte le altre questioni sono ambigue.

b) Vi raccontano che finalmente il bicameralismo sarà superato, così l’approvazione delle leggi sarà più rapida e il parlamento più efficiente. Ma questo non è vero perché moltissime leggi dovranno o potranno essere riviste dal nuovo Senato part-time, come spiegavo nel paragrafo precedente.

c) Si risparmierà sui costi della politica, dicono. Togliendo 215 senatori, quale sarebbe il risparmio? Il calcolo è facile, senza ricorrere alle bufale di cui in un senso o nell’altro è piena la rete: gli emolumenti lordi di un senatore (tra indennità ed accessori) sono di circa 15 mila euro al mese netti (le trattenute fiscali, pari al 45%, non le consideriamo perché escono dalle casse dello Stato ma vi rientrano appunto sotto forma di tasse). Per 12 mesi ciascun senatore fa 180 mila l’anno, a cui vanno aggiunti i contributi previdenziali a carico dello Stato, circa il 27%, per un costo totale, a spanne, di 230 mila euro l’anno, che per 215 senatori mancanti, fa un risparmio di meno di 50 milioni l’anno. Cifra inferiore di un ordine di grandezza rispetto a quello che proclama la Boschi, che ha detto “si risparmieranno 500 milioni!” . Senza considerare che i “nuovi” senatori avrebbero comunque diritto, se non all’emolumento, almeno ai rimborsi delle spese, viaggi, soggiorni e portaborse vari, visto che dovrebbero fare i pendolari. Quindi il risparmio dei costi sarebbe veramente limitato e probabilmente di gran lunga inferiore ai cinquanta milioni stimati.

Tanto per fare un raffronto, un aereo militare modello F35 costa circa 200 milioni, cioè quanto il risparmio di 4 anni di nuovo Senato, (e la Difesa ne ha ordinati qualche decina). L’air force che Renzi ha voluto per sé, è un “usato sicuro” che ancora non è decollato, ma è già costato “appena” 175 milioni, senza ovviamente considerare le spese di gestione.

d) Ci dicono che il superamento del bicameralismo perfetto ci equiparerà alle altre democrazie occidentali. Non è vero. Le democrazie occidentali più importanti sono: Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna. Ebbene, tutti questi Stati hanno un sistema parlamentare bicamerale. Gli Stati Uniti (molti di voi lo sanno per aver seguito da vicino le recenti vicende americane) hanno per esempio il bicameralismo perfetto, ed il loro Senato, in numero di cento, due per ogni Stato dell’Unione, è eletto dai cittadini.

Poi, nessun senato delle altre democrazie che ho citato è formato da “dopolavoristi”, cioè da sindaci di importanti capoluoghi e da deputati regionali che per uno o due giorni alla settimana, non avendo altro di meglio da fare, fanno una bella gita a Roma con colazione al bouvet di Palazzo Madama, pacche sulle spalle e, se di tempo ne resta, qualche votazione in aula.

e) Con questa legge, si dice, si riforma nuovamente il titolo V, sicché molte materie oggetto di legiferazione ritorneranno nella competenza dello Stato centrale. In particolare, l’articolo 117, già enormemente ampliato e confuso grazie alla legge di riforma del 2001, viene ulteriormente rimaneggiato (ed ulteriormente confuso), ridimensionando, come detto, il potere delle Regioni in diverse materie. Parliamo ovviamente delle regioni non a statuto speciale, che invece non sono intaccate dalla riforma.

Se per un verso si può comprendere lo scopo di tale sottrazione di poteri, dato che non tutte le Regioni non sono sempre state all’altezza delle responsabilità loro delegate, d’altra parte vengono sottratte alle Regioni (anche a quelle più “virtuose”) competenze importanti in materia di “legislazione concorrente”, come, ad esempio, la protezione civile, il governo del territorio, le grandi reti di trasporto e navigazione, la produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, la valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, ed altro ancora.

Per esempio, lo Stato potrà decidere se e dove impiantare una piattaforma petrolifera, o fare qualsiasi “grande opera” passando sopra le competenze delle Regioni interessate. Si tratta di questioni importanti e delicate, che avrebbero richiesto quantomeno un adeguato confronto in sede parlamentare, ciò che non è avvenuto perché questa legge di riforma predisposta dal governo è passata in parlamento solo a colpi di fiducia.

f) La propaganda dice che se non passa questa riforma se ne riparla tra altri trent’anni. Balle. Se avete letto quanto sopra riguardo la formazione delle leggi di riforma costituzionale, già sapete perché questa cosa è un’assurdità. Per l’approvazione di una legge costituzionale ci vuole qualche mese, se c’è l’accordo politico.

g) L’Europa aspetta le nostre riforme, gli Stati Uniti d’America pure, ma forse anche Putin, Erdogan e compagnia cantando. In realtà i nostri partner europei più autorevoli ci chiedono solo maggiore stabilità al fine di risanare la voragine di debito pubblico che abbiamo. E questa legge di riforma costituzionale non c’entra niente col risanamento del debito pubblico.

4. L’aspetto politico.

Buona parte dei sostenitori del NO sono detrattori del governo Renzi. A me questo aspetto non interessa. Se il governo deve cadere o restare in piedi, è un problema legato all’operato del governo stesso, non all’esito del referendum. Renzi invece ha personalizzato la questione. In diversi momenti ha detto tutto e il contrario di tutto: mesi fa diceva che si sarebbe ritirato dalla politica in caso di vittoria del NO. Poi, dopo il rimbrotto del sovrano emerito, Napolitano, si è rimangiato l’affermazione, salvo riproporla un paio di giorni fa. Sono comunque convinto che se la riforma non passerà, il premier resterà al suo posto.

Le indicazioni del partiti sono note. A parte i pentastellati, ovviamente schierati per il NO, come sappiamo c’è una maggior parte di destra che detesta Renzi, quindi neanche si pone il problema dei contenuti referendari. Un’altra parte del centro-destra, quella più allineata col governo, spinge per il SI. Il Partito democratico è fortemente diviso, ma è facile constatare che la cosiddetta minoranza interna, che vota NO, raccoglie proseliti dappertutto tra gli elettori del PD, come ha potuto vedere chi si è solo affacciato a ciò che rimane di quelle che furono le feste dell’Unità.

Ma nei referendum i partiti contano poco. Lo insegna la storia: per esempio in Sicilia, regione tradizionalmente di centro-destra, nel 2006 il referendum proposto dal governo Berlusconi fu bocciato dal 70% degli elettori.

Ciò che si spera è che l’elettore non si faccia influenzare da slogan scontati e banali. E vi è motivo di credere che pochi abboccheranno all’esca della propaganda.

Oggi la priorità non è la riforma costituzionale.

So che sto per ripetere un luogo comune, ma alle famiglie che hanno il problema di arrivare a fine mese poco importa della riforma. A quelle altre – e sono tante – che il problema della fine mese non ce l’hanno perché non hanno uno stipendio fisso o una pensione e quindi ogni santo giorno si devono ingegnare per come mettere insieme il pranzo e la cena, non si può raccontare che facendo la riforma il futuro sarà rose e fiori.

Le priorità sono altre. Sono un’evasione fiscale paurosa, un debito pubblico astronomico, sono le mafie e la corruzione che è all’ordine del giorno. Sono numeri che ci collocano in fondo alle classifiche dei Paesi occidentali, e non solo. Una riforma costituzionale, e sopratutto una riforma fatta così male, non risolverebbe questi problemi né domani, né tra dieci anni.

Ciò significa che non si deve fare nessuna riforma costituzionale? No.

Credo che nel rivedere la Costituzione si debba cominciare a riconsiderare l’articolo 1, ampiamente disatteso oggi, dove è scritto che la sovranità appartiene al popolo. Credo che si debba ridurre il numero di tutti i parlamentari, non solo dei senatori, purché tutti siano eletti e non nominati dai partiti. Credo che si debba lavorare per abolire gli statuti speciali, in particolare quello siciliano che è una iattura, una palla al piede per ogni possibile prospettiva di sviluppo sociale, economico e culturale dell’isola. Credo che si debba fare una nuova assemblea costituente in cui siano rappresentate tutte le componenti sociali, non quell’aborto di “bicamerale” di dalemiana e berlusconiana memoria. Credo che sia necessario un lavoro serio, un confronto serrato ma non pregiudiziale. Insomma, tutto l’opposto di quello che ci vogliono proporre il 4 dicembre.

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