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Aggiungere un nuovo commento alle celebrazioni craxiane di certo non serve. I vari TG, e il loro contorno di talk-show con partecipazione dei video-professionisti della politica imperversano abbastanza, anzi troppo.
Forse c'è da essere abbastanza preoccupati per la sorte di questo Paese. Dove può andare un Paese, una nazione senza memoria? Cosa stiamo raccontando ai ragazzi che negli anni '80 non erano nati e agli adulti che allora erano solo bambini?
Dire che Craxi, l'uomo che oggi si sta celebrando, ha rappresentato l'apice di un feroce sistema di potere politico destinato di lì a poco a segnare l'inglorioso tramonto della cosiddetta prima repubblica, può sembrare una bestemmia. Eppure
facciamo fatica a trovare traccia del grande statista in colui che interpretò meglio di chiunque altro il ruolo di leader di quella smisurata ragnatela di collusioni, corruzione, nepotismo, che, sotto il mantello di alcuni anni di governo in apparenza decisionista ed efficiente, portò al dissanguamento della finanza pubblica e al debito pubblico più alto di qualsiasi paese industrializzato.
Craxi fu presidente del Consiglio dei Ministri per quattro anni, dal 1983 al 1987, ma di fatto fu protagonista di primo piano nella scena politica già dalla fine degli anni '70.
A proposito di memoria, cosa ricordiamo di quegli anni? Una certa crescita dell'economia, insieme alla ripresa del potere d'acquisto grazie al contenimento dell'inflazione, passata da percentuali a due cifre fino a misure molto più contenute, complice anche l'abolizione della “scala mobile”, cioè di un sistema che agganciava automaticamente l'aumento dei salari all'inflazione. Ricordiamo anche la “riforma Visentini”, forse fino ad oggi l'unica vera riforma fiscale dopo l'introduzione dell'IVA del 1973. Craxi siglò anche un concordato con la Chiesa Cattolica. Ricordo anche l'iniziale timore di molti cattolici. Vero è che egli fu il primo Presidente del Consiglio laico, a parte la breve parentesi dell'indimenticato Giovanni Spadolini (un altro pianeta), ma nel tempo le successive aperture alla destra della Democrazia Cristiana (Andreotti, Forlani, il famoso CAF) furono largamente condivise da una parte dei cattolici italiani, che avversavano il PCI e la sinistra cattolica di De Mita e Martinazzoli.
Ricordiamo anche il condono edilizio del 1984, il più devastante condono che la storia d'Italia può annoverare, grazie al quale tutto il Paese, soprattutto al Sud, si è ritrovato improvvisamente cementificato. Ricordiamo poi la “legge Mammì”, una cosa illegittima buttata giù (anche con l'avallo di una parte della sinistra, beata ingenuità) per neutralizzare l'intervento di alcuni magistrati che avevano tentato di bloccare le trasmissioni della nascente Fininvest sul territorio nazionale.
Ma ricordiamo soprattutto, noi che stiamo nel profondo Sud, l'azione devastante della mafia. Le manifestazioni criminali di Cosa Nostra, prima a Palermo ma poi soprattutto a Catania, si sovrapponevano nelle cronache alle azioni del terrorismo, non ancora domato. Chiunque alzava la voce o cercava di far luce sui rapporti tra mafia e politica veniva assassinato: prefetti, magistrati, poliziotti, ma anche giornalisti. Da De Mauro a Fava, da Rostagno ad Alfano, in Sicilia ne sono stati uccisi così tanti che neanche in Sudamerica.
Ricordiamo che, mentre la “Milano da bere” prosperava con gli appalti targati Berlusconi (Milano due, Milano tre ...) col patrocinio di politici compiacenti tra cui il sindaco di Milano Carlo Tognoli cognato di Bettino, a Catania non potevi girare perché ti imbattevi quasi ogni giorno in un omicidio, ora a San Cristoforo, ora a Picanello, ora a San Gregorio. Il quotidiano locale sosteneva trattarsi di regolamenti di conti interni alle bande (mai parlare di mafia, per carità, mica eravamo a Palermo) ma nel frattempo il sangue scorreva. I Cavalieri del Lavoro catanesi – da anni – prosperavano.
Poi venne Mani Pulite. Nonostante tutto il Nostro tentò di condizionare le sorti della politica fino all'ultimo istante. Furono memorabili i suoi interventi in Parlamento, tesi a giustificare il sistema dei finanziamenti illeciti, così come fu inaspettata la negazione dell'autorizzazione all'arresto, votata anche da una parte dell'opposizione. Ma gli eventi precipitavano. In piena tempesta giudiziaria, raccolto un pugno di avvisi di garanzia, fuggì in Tunisia. Era il maggio del 1993. Ma da persona intelligente aveva preparato il terreno per un possibile ritorno. Diede al suo pupillo Silvio le istruzioni dettagliate per fare un nuovo partito, ma forse non valutò bene il cinismo e l'astuzia del nuovo leader che lui stesso allevò. O forse non poté prevedere che la concomitanza di tanti fattori potesse instaurare un nuovo potere così simile al vecchio. La malattia poi ebbe il sopravvento. Morì da latitante, solo, senza la triste compagnia dei tanti conformisti che oggi a modo loro ne celebrano la memoria. Umana e cristiana pietà, massimo rispetto civile, ma ci viene difficile immaginarlo santo.
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