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Seconda puntata (leggi la prima)
Il berlusconismo ovviamente è nato in Italia, ma più o meno consapevolmente diventa modello di riferimiento anche per democrazie più giovani, come quelle dei Paesi dell'ex blocco sovietico. Mentre sociologi, esperti, giornalisti e tuttologi negli anni si affannavano a paragonare grottescamente il nostro caudillo ai dittatori sudamericani o dell'est asiatico, la realtà superava l'immaginazione, perché Berlusconi è realmente l'amico di personaggi come Putin, Gheddafi, Erdogan, Lukashenko. In occasione degli incontri internazionali è più a proprio agio con i dittatori che non con i rappresentanti delle democrazie. I suoi complimenti, le sue manifestazioni d'affetto profuse ad ogni incontro con ciascuno di questi personaggi lasciano ogni volta sbigottiti gli osservatori occidentali, e non solo.
L'inizio del berlusconismo coincide con la crisi della cosiddetta prima repubblica. All'inizio degli anni 90 del secolo scorso, il sistema tradizionale dei partiti, che erano più o meno uguali a se stessi da quarant'anni, accusa una grave crisi provocata prima dalla caduta del blocco sovietico e subito dopo dal terremoto di tangentopoli.
L'esplosione del berlusconismo è stata frutto di una serie di circostanze in parte favorite dalla concomitanza di un momento storico particolare, ed in parte determinate da una potente nomenklatura che ha avallato l'avventura politica del nostro caudillo, con il forte sostegno prima di un entourage limitato a poche e fidatissime persone, poi di milioni di italiani.
Ma andiamo per ordine. Sotto l'aspetto politico l'analisi è semplice. Per decenni, e fino al 1993, al governo è una rosa di partiti che, pur con alchimie diverse, ha a capo la Democrazia Cristiana, seguita da socialisti, repubblicani, socialdemocratici e liberali. Il siffatto pentapartito si dissolve dopo tangentopoli, e c'è il problema di capire chi possa raccoglierne l'eredità.
L'iniziativa è proprio di Craxi, emblema e maestro del sistema di corruzione della prima repubblica. Egli, prima di darsi alla latitanza in Tunisia, fa in tempo ad incensare il suo pupillo Silvio e a lanciarlo nell'impresa di raccogliere i cocci del vecchio pentapartito per organizzare qualcosa di nuovo. L'impresa è ardua ma non impossibile. Bettino sa che il cavaliere ha alcune importanti doti: sa comunicare, dà l'impressione di uno che si è “fatto da sé”, anche se l'origine delle sue fortune, cominciata con le misteriose elargizioni partite dalla banca Rasini, non è mai stata chiarita. Sa che ha una serie di importanti appoggi anche (e soprattutto) nel Sud. Sa bene che possiede o controlla direttamente almeno tre televisioni nazionali, quotidiani, case editrici, assicurazioni, società immobiliari, pubblicitarie, cinematografiche. Effettua movimenti e transazioni attraverso una serie di società off-shore, molte delle quali sono state appositamente create per evitare le imposizioni fiscali italiane. Sa che, più che imprenditore, il personaggio è un abile affarista e faccendiere.
E il leader socialista sa anche bene che, diversamente da quello che appare, Berlusconi è pieno di debiti, e che le sue società potrebbero collassare, anche sulla spinta della crisi economica dei primi anni 90. Inoltre, dopo tante operazioni condotte con estrema spregiudicatezza, anche con la corruzione di finanzieri e giudici, i primi guai giudiziari si profilano all'orizzonte. Quale miglior motivo per spingere l'amico a scommettersi in politica?
Forte di anni di presenza nelle case degli italiani grazie alle sue televisioni commerciali, egli avrebbe le capacità per convincere gli italiani che Lui, che ama l'Italia, che è il migliore imprenditore, è la novità per il nostro stanco Paese. Inoltre, penserà la gente, è scontato che uno come Lui non ha bisogno di rubare, dato che è già ricco di suo. Spacciandosi per il messia del nuovo miracolo italiano potrebbe rinnovare e restaurare il vecchio sistema, o comunque metterlo in sicurezza. Questo - molto probabilmente - pensa Craxi quando incoraggia la nascita del nuovo partito.
C'è anche un clima mediatico favorevole, già presente da anni. Tutto può dirsi di mister B. fuorché non sia una persona scaltra ed intelligente. Egli sa bene che possedere televisioni, giornali e case editrici può metterlo in condizioni di potenziale supremazia. Ricordiamo che lui è stato affiliato alla loggia massonica P2, numero di tessera 1830, e che il programma della setta prevedeva il controllo mediatico attraverso reti televisive private e, tra l'altro, il controllo diretto della RAI e del maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera. La loggia massonica aveva fra i prioritari obiettivi anche la limitazione dell'autonomia della magistratura, mediante la separazione delle carriere e l'assoggettamento politico degli organi di autogoverno.
Sono questi obiettivi che, in un modo o nell'altro, Berlusconi negli anni successivi conseguirà o almeno tenterà di farlo con ogni mezzo.
(fine seconda puntata) (leggi la terza puntata)
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