Il TFR in busta paga

A partire dal 3 aprile i lavoratori del settore privato avranno facoltà di richiedere che la quota mensile del trattamento di fine rapporto sia inserita in busta paga.
L’attuale disciplina del TFR, in vigore dal 1982, prevede che il 13,5% della retribuzione venga contabilmente accantonato dal datore di lavoro presso la stessa azienda (presso l’INPS per le imprese con almeno 50 dipendenti)  oppure, su richiesta del dipendente, versato in un fondo di previdenza complementare.vecchia_busta_paga
La Legge di Stabilità 2015, ai commi 25-36 dell’articolo 1, consente, a partire dalla retribuzione di marzo, una deroga  ai principi dell’art. 2120 del Codice Civile, pertanto il lavoratore può optare per avere il pagamento del TFR direttamente in busta paga, piuttosto che lasciarlo in azienda o in un fondo di previdenza.

Chi può chiedere il TFR in busta paga

Possono far richiesta i lavoratori del comparto privato che abbiano un’anzianità di servizio ininterrotta di almeno sei mesi presso la stessa ditta.
Sono invece esclusi:

  • i lavoratori pubblici;
  • i lavoratori domestici;
  • i lavoratori agricoli.

Sono altresì esclusi i dipendenti il cui datore di lavoro si trovi in una delle seguenti condizioni:

  • datori di lavoro in crisi o soggetti a procedure concorsuali;
  • datori di lavoro in CIGS o CIG in deroga;
  • datori di lavoro che abbiano iscritto presso il Registro delle imprese un piano di risanamento attestato;
  • datori di lavoro che abbiano iscritto nel registro delle imprese un accordo di ristrutturazione dei debiti;
  • datori di lavoro che abbiano sottoscritto un accordo di ristrutturazione dei debiti e di soddisfazione dei crediti.

Come funziona il TFR in busta paga

Come detto, la richiesta va presentata al datore di lavoro a partire dal 3 aprile. Attenzione: la scelta del TFR in busta paga è irrevocabile fino a giugno 2018, mese in cui avrà termine il periodo sperimentale di questa norma

Occorre sottolineare che l’importo del TFR aggiunto in busta paga:

  1. non è imponibile ai fini previdenziali;
  2. non tocca il cosiddetto Bonus Renzi, in quanto non concorre ai limiti di reddito che stabiliscono il diritto o meno ;
  3. è invece soggetto alla tassazione ordinaria poiché va a sommarsi al reddito imponibile ai fini IRPEF.

Il TFR in busta paga conviene?

Per valutare se conviene o meno avere il TFR in busta paga occorre comprendere il meccanismo della tassazione. Il TFR percepito normalmente, cioè alla fine del rapporto lavorativo, è soggetto alla tassazione separata, che attualmente è il 23%.

Nel caso invece venga percepito mensilmente esso, come detto, verrà tassato insieme al normale reddito mensile, secondo il sistema degli scaglioni progressivi di reddito (vedi tabelle IRPEF).  In caso di redditi inferiori a 15 mila euro la convenienza c’è sempre perchè il TFR è di fatto tassato a circa il 10% (contro il 23% del TFR “normale”). La convenienza può ancora esserci per redditi anche di 28 o 30 mila euro, se però vi sono carichi di famiglia.

Un calcolo approssimato, ma realistico, si può fare prendendo il CUD del 2014  (se non ci sono significative variazioni di carichi familiari e di retribuzione nel 2015) e calcolando l’effettiva percentuale di tassazione nel seguente modo: sommare i campi 5 (ritenute Irpef), 6 (addizionale regionale), 11 e 13 (addizionale comunale). La somma così ottenuta rappresenta l’ammontare dell’irpef effettivamente pagata nell’anno. Essa va divisa per il campo 1 (reddito imponibile) ed il risultato ottenuto è la percentuale che cercavamo. Se tale percentuale è inferiore a 23, il TFR in busta paga diventa conveniente.(e.m)


© Riproduzione riservata

 

Questa voce è stata pubblicata in home, Lavoro. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

+ 32 = 34